venerdì 23 luglio 2010

Un mondo senza carne?


Una nota all'articolo di Luigi Bignami pubblicato su Repubblica.it il 23 luglio 2010 dal titolo 'Un mondo senza carne: non è detto che sia più "pulito"'. Mi scuso della stringatezza del mio commento, frutto più di una reazione immediata alla lettura dell'articolo che di un'analisi ponderata, la quale, visto il tema trattato, avrebbe bisogno di una ben più ampia articolazione di quella che posso dare qui.

Mi ha colpito la superficialità del pezzo di Bignami sul mangiare la carne. In particolare, vorrei far notare due pesanti omissioni che mi sembrano significative di un certo modo di affrontare la questione del vegetarianesimo.
1. L'autore descrive un aspetto molto importante della scelta vegetariana, ossia la sua 'motivazione verde', ignorando completamente l'aspetto morale della scelta vegetariana (esso stesso non facilmente riducibile al solo 'non far soffrire gli animali'). L'autore potrebbe rispondere che l'intento del suo articolo è quello di concentrarsi solo sul primo aspetto ma non sul secondo. Tuttavia uno degli 'argomenti forti' del suo ragionamento pro-carne (o comunque di quello di cui si fa portavoce) è che le popolazioni povere della terra vivono di allevamento di piccole dimensioni e, se tutti diventassimo vegetariani, cosa ne sarebbe di loro? Di cosa vivrebbero, vista la loro già povera dieta e il loro esiguo mercato? Come decidere chi può continuare ad allevare animali (per mangiarli ovviamente, perchè l'idea di prendersi cura degli animali per qualsiasi altro motivo non è nemmeno preso in considerazione), e secondo quali criteri? Queste sono considerazioni morali, che nell'articolo vengono presentate come dilemmatiche e come tali difficilimente affrontabili, quando invece dovrebbero far parte del nostro dibattito culturale, se non proprio essere insegnate come parte fondamentale della nostra educazione civica (e, soprattutto, morale). Il non prendere decisioni perchè troppo difficili non mi sembra una linea argomentativa convincente, soprattutto se queste non sono prese a discapito di decisioni 'più semplici', ossia assolute e assolutistiche come 'o si mangia la carne tutti o nessuno', le quali risultano tanto rozze quanto miopi per la risoluzione di problematiche così delicate. E non salva l'autore nemmeno il timido accenno a un vago 'mangiare tutti meno carne', che non fa che spostare il problema se non vengono caratterizzati né il 'tutti' né il 'mangiare meno'. L'autore mi sembra infatti decisamente più interessato alla sola 'carne', vista la casistica culinaria in cui si lancia nella seconda parte dell'articolo.
2. Il messaggio che passa è che sia possibile una sola analisi che indichi la permessibilità (morale e sociale) di una certa scelta: quella costi/benefici. Tuttavia questa è un'analisi povera che è parte integrante del problema ambientale del mangiare la carne. Le considerazioni costi/benefici sono presentate come le uniche da prendere in considerazione, ignorando un dibattito tanto interessante quanto necessario circa la desiderabilità di un tale modello decisionale in questi ambiti. Nello specifico, essere vegetariani non può essere ridotto a una scelta costi/benefici, poichè è associato a una scelta di vita, e dunque avvolto da considerazioni e scrupoli di natura diversa, non facilmente riconducibili né tantomeno riducibili a mere considerazioni di natura utilitaristica (utilitaristica in senso non tecnico, visto che l'utilitarismo inteso come posizione teorica circa il discorso morale ha alcune risorse interne per dar conto di determinati aspetti delle scelte personali che non mirano né direttamente né indirettamente alla massimizzazione quantitativa dell'utilità).

Un'ultima considerazione. Le riserve che ho qui voluto esprimere sono di natura logica, ancor prima che etica; mi sembra che l'articolo sia carente dal punto di vista argomentativo, prima ancora che morale. Credo che il tipo di 'ricerche scientifiche' che l'autore squaderna siano tanto miopi quanto dannose, in primo luogo per la nostra convivenza democratica, la quale attinge la sua linfa dalla discussione pubblica su questi temi così delicati, e subisce una violenza da non sottovalutare quando 'la scienza' (sia essa statistica, chimica o ambientale) ci impone soluzioni dall'alto dell'analisi di dati spacciati come neutrali ma implicitamente moralizzati, sottraendole in questo modo dalla discussione morale dei vari soggetti coinvolti, l'unica, a mio parere, di cui dovremmo curarci. Trattandosi di uno stile di vita, più che di una scelta in base a dati bruti, il vegetarianesimo meriterebbe un dibattito più colto che coinvolga sia gli esperti (gli scienziati con i loro dati e le loro proiezioni, gli economisti con i loro studi geo-politici) sia tutti i soggetti protagonisti di tali scelte con le loro esperienze personali, le loro letture e i loro modi di vedere le cose. Inoltre, se il problema tocca una questione tanto delicata quanto spinosa come quella del futuro delle persone del terzo mondo e delle loro critiche condizioni vitali legate sia al consumo di carne diretto (il loro allevamento) che indiretto (la sottrazione di risorse che potrebbero essere a loro destinate, che sono invece utilizzate per foraggiare le industrie alimentari dei paesi ricchi), una soluzione soddisfacente non potrà essere certo articolata nei termini di un'analisi dei costi/benefici, bensì dovrà essere articolata attraverso uno sforzo immaginativo che tenti di figurarsi situazioni diverse da quelle attuali in cui tali soggetti possano incontrare le proprie necessità ed elaborare un proprio stile di vita che preveda o meno l'essere vegetariani.
Troppo spesso e facilmente la scelta vegetariana è stata accusata di elitismo, quando invece questa ha un impatto tremendamente reale sulla vita di persone lontanissime da noi, e motivazioni radicate nella cura della propria condotta in relazione a quella degli altri, oltre che a quella degli animali e dell'ambiente. Essere vegetariani significa proprio, tra le altre cose, avere degli scrupoli verso gli animali, l'ambiente e le persone toccate dalle nostre scelte circa il mangiare la carne, e dunque la sua permissibilità non può essere ridotta a un mero calcolo numerico, che può solo quantificare i pro e i contro di un certo status quo, poichè quello di cui abbiamo bisogno è cambiare il nostro modo di pensare, agire e convivere. Un cambiamento nel nostro stile di vita dovrà passare necessariamente attraverso un esame più profondo e articolato di quello che l'analisi di alcuni dati circa la maggiore efficienza e convenienza della carne ovina rispetto a quella bovina ci possa offrire. Un esame il cui esito sarà non solo una decisione circa il consumare o meno la carne, quanto piuttosto un cambiamento nel modo stesso di rappresentarci gli animali, e di tollerare moralmente la descrizione di esseri viventi nei termini di efficienza e convenienza. Il mondo, o la sua quasi totalità, inorridisce al solo pensiero di parlare in questi termini degli esseri umani. I vegetariani inorridiscono al pensiero che questo scrupolo interessi e tuteli solo una parte degli esseri viventi. E di questo non v'è traccia né può esserci nei dati sui costi/benefici con cui l'autore conclude a favore di una tanto dozzinale 'certezza': meglio pollo e maiale. Non certo per loro.


Sarin Marchetti

p.s. leggo solo ora l'articolo originale (questo si, di divulgazione scientifica) a cui fa riferimento il pezzo di Bignami. Devo dire che c'è molta differenza tra i due (ad esempio Bignami omette parti dell'articolo orginale in cui si propongono alternative a certe pratiche dannose come quelle dell'allevamento intensivo che forse valeva la pena citare, essendo le parti più interessante dell'articolo). Le mie riserve contro la linea argomentativa proposta, comune tanto all'articolo originale che alla sua 'versione italiana', rimangono, anche se l'articolo del New Scientist è ben più serio e obiettivo di quello uscito su Repubblica. Se non altro, fermo restando la miopia del principio e della dialettica adottata, l'articolo originale confronta i punti di vista pro- e anti-vegetarianesimo in modo più sobrio e meno affrettato di quello italiano.
Potete leggere l'articolo originale di Bob Holmes qui:
http://www.newscientist.com/article/mg20727691.200-veggieworld-why-eating-greens-wont-save-the-planet.html

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