lunedì 9 maggio 2011

THE WARRIOR GENE: una scoperta o una bufala? Due opinioni a confronto


Poco meno di un anno fa, New Scientist pubblicava il lungo l’articolo Dangerous DNA: The Truth about the ‘warrior gene’, del famoso giornalista britannico Ed Yong. Yong ricostruisce brevemente la storia della ricerca che ipotizza una diretta connessione tra genetica e comportamenti aggressivi o violenti. Già nel 1993, il genetista olandese Hans Brunner ipotizzava che dietro a una spiccata aggressività potesse nascondersi l’ombra della genetica, indicando la variante MAOA (monoamine oxidase A) del cromosoma X quale presunta responsabile. Nel 2002, da un laboratorio della Duke University (USA), Avshalom Caspi e sua moglie Terri Moffit pubblicavano i risultati dell’esperimento di osservazione di un gruppo di neozelandesi nei cui geni era presente la variante MAOA, e che nei primi 26 anni di vita si erano rivelati più inclini ad assumere comportamenti violenti rispetto a coloro che non presentavano la stessa variante. Un paio di anni dopo, al meeting annuale degli antropologi in Florida (Tampa, 2004), la giornalista scientifica Ann Gibbons coniava l’espressione “Warrior Gene”, ovvero “Il gene guerriero”, per descrivere la variante genetica MAOA e gli effetti che poteva avere sugli individui portatori. Perché dunque, in seguito a una tale presunta rivoluzionaria scoperta, il dibattito ha raggiunto le luci della ribalta solamente alle soglie del 2010? Colpa, o merito, della solita sentenza. Quella decisione di un giudice che improvvisamente, nell’oceano delle varie teorie scientifiche, assegna credibilità ad una di queste in un caso di responsabilità penale, scatenando polemiche e stupore. Questa volta, però, la sentenza in questione non proviene da una corte suprema americana o dalla Corte di Giustizia Europea, ma è tutta italiana. Corte d’Appello di Trieste, novembre 2009. Un immigrato algerino uccide con un colpo di coltello un altro immigrato sudamericano, dopo che questo lo ha schernito pubblicamente, offendendo la sua virilità con accuse di omosessualità. Il fatto è provato, il colpevole certo e il movente pure. Bayout, condannato a 9 anni di carcere - pena ridotta in quanto il soggetto soffre di comprovata schizofrenia - , in sede di appello chiede l’assoluzione per difetto di imputabilità o, in subordine, una ulteriore riduzione della pena sulla base della perizia di grave infermità mentale. Il giudice d’appello lo condanna a 8 anni e 2 mesi di detenzione, riducendo la precedente pena di un anno, e riferendosi direttamente alla perizia psichiatrica secondo la quale, a causa della presenza della variante genetica MAOA, il soggetto sarebbe predisposto (non per sua colpa, quindi) ad assumere atteggiamenti violenti.
Sulla perizia in questione la comunità scientifica si è sbizzarrita, le conclusioni sono state definite affrettate, le premesse mal poste, i riferimenti insufficienti. La comunità giuridica (internazionale), ad oggi si interroga sul significato di questa sentenza. Sarà l’apripista per l’ingresso della genetica comportamentale nei processi? Ed Yong propone ai lettori alcune “lezioni” in merito, a partire dalla constatazione che un nome accattivante possa essere fuorviante, al rimarcare come natura e ambiente siano strettamente correlate nello sviluppo umano (e quindi la sola genetica non sia sufficiente a spiegare i comportamenti umani), fino al mettere in guardia dalla diffusione di stereotipi. Queste “avvertenze”, non particolarmente originali, non nascondono comunque un certo entusiasmo per l’ipotesi di connessione tra la variante genetica in questione e certi contesti (in particolare, un’infanzia segnata da abusi familiari), che effettivamente favorirebbe l’aggressività. Pochi giorni fa, Scientific American ha presentato ai lettori una ironica risposta di John Horgan, che non risparmia nulla al britannico collega. All’accusa di fare di tutta l’erba un fascio, promuovendo un certo scetticismo nei confronti della moderna genetica comportamentale, Horgan risponde in due punti. Il primo, che richiama la presenza di due studi dell’Università del Colorado che smonterebbero le teorie di Caspi e consorte, ma che non hanno ricevuta alcuna attenzione. Del resto, the spectacular claims make headlines, the counter-evidence doesn’t. La seconda è una critica, per ‘analogia’, all’impatto di una delle statistiche di genetica comportamentale, in particolare con riguardo alla probabilità di essere affetti da schizofrenia. Il rischio di un individuo è mediamente dell’1%. La variante genetica CMYA5 pare aumentarlo dallo 0,07% all’1,07%. Il rischio cresce fino al 10% in caso di parentela di primo grado, cioè più di 100 volte rispetto alla “predisposizione” genetica. Vale la pena investire soldi e credibilità su premesse di questo tipo?
La domanda rimane ovviamente aperta. E le corti sono avvisate. Lo stato dell’arte pare ancora avvolto nella foschia, e i requisiti di “comune opinione scientifica” richiesti per l’ammissibilità della prova scientifica in molti paesi sono ancora ben lontani dell’essere soddisfatti.

Nota: Per i lettori interessanti ad approfondire l’argomento segnaliamo i seguenti articoli: Forzano et al., “Italian Appeal Court: a genetic predisposition to commit murder?”, European Journal of Human Genetics, 1-3, 2010.
Farahany N., Bernet W, “Behavioural Genetics in Criminal Cases: Past, Present and Future”, Genomics, Society and Policy, Vol. 2, No. 1, pp. 72-79, 2006.

1 commenti:

  1. "Scienza e Democrazia" da oggi si avvia il dibattito pubblico sul sito http://www.scienceanddemocracy.it/ con la pubblicazione del primo intervento di Mario Capanna.
    Ogni lunedì verrà pubblicato un intervento scritto da autorevoli scienziati, teologi, ricercatori e politologi: Giuseppe Barbera, Grazia Basile, Mariano Bizzarri, Franco Cardini, Salvatore Ceccarelli, Margherita D’Amico, Giuseppe De Rita, Manuela Giovannetti, Federico Infascelli-Raffaella Tudisco, Marco Mamone Capria, Fabio Minazzi, Giovanni Monastra, Filippo Moretti, Salvatore Natoli, Andrea Olivero, Valerio Onida, Flavio Oreglio, Maria Rita Parsi, Franco Pasquali, Romolo Perrotta, Carlo Rocchetta, Giorgio Ruffolo, Emanuele Severino, Andrea Sisti, Bartolomeo Sorge, Stefano Sylos Labini, Nadia Urbinati, Vincenzo Vacante, Marcello Veneziani, Gustavo Zagrebelsky.
    Nelle prossime settimane il dibattito verrà inoltre aperto ai commenti a ai contributi di chiunque voglia partecipare!

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